Liliane Tami

La confessione: studio dei peccati e controllo della popolazione

Questo articolo è un mio piccolo testo di teologia , del 2013, scritto per l’università. La questione del “peccato”, analizzato per capire la virtù, mi ha sempre appassionato molto, perchè c’è stato un momento della mia vita in cui ero molto incuriosita dalla vita monacale. In questo trattatello parlo dei libri “penitenziali” che accompagnavano i preti medievali a meglio confessare le persone.

Nell’alto medioevo fiorì l’esigenza di creare un sistema normativo rigoroso ed ordinato che potesse esser compreso facilmente dai rustici e, soprattutto, aiutare il sacerdote nell’assegnazione delle colpe. Nei libri di penitenza tariffata l’unione della normativa ecclesiastica con quella civile generò una netta distinzione tra peccato/non peccato basandosi su solide basi bibliche o patristiche, al fine di instillare nel popolo modelli virtuosi di comportamento. A guisa dei giudici romani che avevano stipulato un codice legislativo ben ordinato, in cui le trasgressioni eran catalogate ed enumerate, anche i sacerdoti -giudici del foro interno-avevano avvertito la necessità di classificare in liste ordinate le offese recate al Signore. Ma con l’Etica di Pietro Abelardo si palesò l’impossibilità di giudicare i comportamenti peccaminosi limitandosi all’osservazione degli atti. Si rafforzò quindi l’idea secondo cui il sacerdote abbia il dovere di scrutare al meglio “ il cuore e le reni” del peccatore per potergli somministrare l’adeguata medicina.

Dalla seconda metà del XII secolo si afferma il principio secondo cui “ le penitenzie sono arbitrarie” e decade l’uso delle liste delle colpe e dei relativi peccati in favore d’una penitenza privata elaborata su misura dal proprio sacerdote. E così fiorisce un nuovo interesse per la classificazione dei peccati.

Pubblico e privato

I manuali per la confessione privata, includenti le summe confessorum e i rapidi formulari di interrogazione, non sono però gli unici scritti che trattano della classificazione dei peccati. La letteratura pastorale offre un’attenta indagine della classificazione dei peccati anche per ciò che riguarda l’ambito sermocinale e l’istruzione religiosa. Vi sono infatti molti trattati destinati all’istruzione dei fedeli che riguardano la logica ed i percorsi delle filiazioni dei peccati nell’animo umano. Enrico da Frimaria, ad esempio, scrisse un trattato sui vizi destinato all’istruzione religiosa. La sua classificazione era molto particolare: identifica nel mostro a sette teste dell’apocalisse di Giovanni l’allegoria di sei differenti insiemi di peccati più il settenario.

Il settenario

Agli albori della civilità cristiana, i monaci del deserto , che volevano raggiungere la perfezione spirituale mediante uno stile di vita ascetico, erano costantemente disturbati dai “pensieri cattivi”. Giovanni Cassiano, nato nel 360 ed allievo di Evagrio Pontico, nelle Collationes espone l’elenco preciso degli otto logismoi: gola, lussuria, avarizia,tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. In questa enumerazione, datata dal V secolo, sono presenti influenze gnostiche e neoplatoniche che, assieme a tradizioni persiane ed egizie, per la prima volta raggiungono l’occidente.

È alla fine del VI secolo che i vizi vengono limitati a sette, per mano del papa Gregorio Magno. Nel libro Moralia in job, una sorta di vastissimo compendio di riflessioni e conoscenze teologiche, etiche ed esegetiche a partire dal libro di Giobbe, espone il suo criterio d’ordinamento del peccato. L’esercito dei peccati, capeggiato dalla superbia, può esser distinto in due falangi: I cinque vizi spirituali che sono vanagloria, invidia, ira, tristezza ed avarizia ed i vizi carnali, ossia la gola e la lussuria.

La classificazione di Gregorio Magno: l’esercito di vizi coi relativi “soldati semplici”

VanagloriaDisobbedienza, iattanza,ipocrisia,contese,caparbietà, discordia, pretesa di novità
InvidiaOdio, insinuazione,maldicenza, gioia per il male , afflizione per il bene altrui
IraRisse, gonfiore della mente, insulti, strilla, indignazione, bestemmie
TristezzaMalvagità, rancore, pusillanimità, disperazione, disperazione, indolenza ,
AvariziaTradimento, frode, inganno, spergiuro, inquietudine, violenza , durezza
GolaSciocca allegria, scurrilità,sconcezze, verbosità,ottundimento dei sensi
LussuriaCecità mentale, scondideratezza, incostanza, precipitazione, narcisismo

Confessare con ordine

Ad esser particolarmente turbato da una confessione disordinata dei peccati era Roberto di Flamborough, canonico di San Vittore. Nel Liber poenitentialis, scritto tra il 1208 e il 12013, afferma che “Quasi tutti si confessano in maniera disordinata, perchè ,trascurando l’ordine dei vizi, seguono dei criteri arbitrari…in questo modo essi si confondono, e confondono la memoria del sacerdote!”

In seguito precisa : “Mi piace che, cominciando dalla superbia , che è la radice di tutti i mali, si confessino i singoli vizi con le rispettive specie, seguendo l’ordine con cui un vizio nasce e deriva dall’altro; e cioè prima la vanagloria, seconda l’invidia, terza l’ira, quarta l’accidia, quinta l’avarizia,sesta la gola, settima la lussuria”.

Tale desiderio di precisione implica due cose: nn’infarinatura basilare del sistema dei vizi da parte del penitente ed un’ottima conoscenza del settenario da parte del sacerdote. Di conseguenza s’accresce la divulgazione di testi didattici per confessori in cui è illustrato chiaramente come svolgere un’ “ordinate confiteri”, che serva a svolgere un accurato riconoscimento della colpa.

Dal patimento al peccato

Nell’ambito della penitenza privata il vescovo di Parigi Guglielmo d’Auvergne, ( 1180-1249) nel De sacramento poenitentiae, sostiene che un’accurata indagine delle passioni possa far comprendere al sacerdote quale sia il peccato che sta alle radici di una condotta riprorevole. Allo stesso modo anche Domenico Cavalca, in lo specchio de’peccati, mediante l’analisi delle passioni vuol individuare il peccato che l’ha generato. Per compiere questo lavoro da chirurgo dell’animo il Cavalca s’avvale di sottili strumenti di dissezione al fine d’elaborare una mappa completa dei peccati: La sua classificazione del peccato s’articola partendo da sei affetti del cuore, ossia amore, odio, dolore, gaudio,timore e speranza. Inoltre distingue i peccati secondo due distinti criteri: Quelli inerenti pensieri/parole/opere-omissioni e le offese a sé stessi, al prossimo ed a Dio.

La critica a Burcardo di Worms

Un’enunciazione disordinata dei vizi non è da imputarsi, come abbiamo visto, al laico penitente, bensì al sacerdote. Roberto di Flamborought critica infatti il Corrector sive medicus di Burcardo di Worms, scrivendo che è un penitenziale inadatto alla confessione perchè non permette di tracciare una mappa dell’interiorità del penitente ma valuta solamente le azioni. Il testo criticato, composto tra il 1008 e il 1012, anzichè elaborare una lista dei vizi capitali da cui poi si diramano le varie colpe elenca una lunga serie di colpe possibile connesse tra loro per argomento. ( sessualità, magia, furti, sacrilegi ecc.) Benché Burcardo tenga comunque in considerazione gli otto vizi capitali ed enumeri le virtù che li possono debellare il suo penitenziale risulta pure di difficile consultazione: i peccati sono elencati in 159 capitoletti senza un vero criterio gerarchico.

Per contrastare questi elenchi disordinati di colpe i testi per la penitenza elaborati successivamente traggono spunto dagli scritti gregoriani: esponendo in modo schematico i peccati. In tal modo si semplifica la riflessione del penitente. La fitta concatenazione tra le gerarchie dei vizi e dei peccati serve al sacerdote per analizzare in modo chiaro, schematico e strutturato l’animo dell’interrogato. L’enucleazione delle colpe a partire dalla classificazione rigorosa permette di far capire al chierico quale sia il motivo originario della presenza di tale inclinazione viziosa nel suo interlocutore, e solo così può esser somministrata la giusta “cura”.

Tra i più celebri teologi che, tramite al settenario, insegnano a strutturare rigorosamente l’interrogatorio del penitente ricordiamo Tommaso di Choban, teologo di Salisbusry (1160 circa) autore di una voluminosa Somma per confessori, e il vescovo inglese Roberto Grossatesta.

Il modello tripartito

L’apoteosi del settenario, usato come mezzo per far tornare nella memoria del peccatore le colpe commesse, può esser fatta coincidere con il Summa Confessorum di Thomas of Choban, oppure con la Summa de casibus conscientiae di Ramon de Penyafort, radatta nella prima metà del XIII secolo.

In quello stesso periodo , però, anche il modello del settenario ha iniziato ad esser avverito come “obsoleto” ed insufficiente. Giovanni della Rochelle, (1200-1245) teologo francescano, ha mosso amare critiche verso al settenario, affermando che esso è confuso, disordinato ed insufficienti. In seguito anche Alessandro di Hales ha proposto una nuova classificazione tripartita del peccato che potesse collegarsi alle tre fasi del sacramento della penitenza. In questo modo lo schema tripartito ha assunto un ruolo centrale nella letteratura ad uso confessionale e diventa un modello fondamentale dei sacerdoti per eseguire gli esami di coscienza. Inoltre, appellandosi alle tre tentazioni del demonio proposte a Cristo, tale classificazione vien fatta apparire come un paradigma del testo sacro.

pensiericontritiosuperbia àtabescenzavitaVanagloria/invidia /accidialeone
paroleconfessioSuperbia àmaldicenzaocchiIra/avariziaLupa
operesatisfactioSuperbiaàoffesaCarneGola/lussuriaLonza

I dieci comandamenti

Tale modello tripartito, però, non si rivela in grado di soddisfare le esigenze di tutti i sacerdoti. Esso, intrecciandosi con l’”obsoleto” schema del settenario risulta a Duns Scoto ancora troppo staccato dalla vera parola divina. Così, il teologo francescano, propone un radicale distacco da questa formula appellandosi direttamente alle Sacre Scritture. Il ritorno al decalogo era già stato auspicato una settantina d’anni prima da Guglielmo d’Alverina, perchè , a parer suo, la classificazione dei peccati in ternari o settenari non servono a niente. L’appellarsi alla Legge annunciata a Mosé per definire i confini della morale cristiana compie una vera e propria rivoluzione all’interno dei penitenziali, perchè viene rimodellato completamente il concetto di peccato. L’analisi dell’interiorità permette di direzionare il lavoro di “giudice” del sacerdote. Giovanni della Rochelle afferma che tale sistema di classificazione dei peccati non lascia possibilità ad alcun fraintendimento: “Tutto quello che si deve fare perchè buono di natura è previsto nel decalogo, tutto quello che non si deve fare perchè è male vi è proibito.”

I praeceptoria

Enrico di Frimaria, nel 1324, pubblicando il Tractatus decem praeceptorum inaugura una nuova tipologia di testi chiamati appunto “praeceptoria”. Tali opere, strutturandosi secondo l’ordine dei dieci comandamenti, racchiudono tutta la materia morale cristiana necessaria al sacramento della confessione o all’ indottrinamento della società. Questo generi di testi avrà infatti una notevole diffusione dalla fine del 1300 alla fine del 1400 soprattutto in forma di sermoni. Sono infati molti i sacerdoti, come Godescalco Hollen, teologo del decimoquinto secolo, autore del Praeceptorum divine legis, Enrico Herp o il francescano Michele Carcano, che hanno scritto raccolte e speculum sermonari sul decalogo.

Complementarietà delle classificazioni

Nonostante l’imporsi della classificazione filiata dal decalogo non viene eclissata la classificazione settenaria. Anzi! L’intrecciarsi tra i precetti divini con la classificazione dei vizi gregoriana par accrescere proprio quest’ultima.

Come ha fatto notare Tommaso di Chobham, un distacco radicale dallo schema proposto da Cassiano è impossibile, perchè nei dieci precetti divini non vi è alcun riferimento ai vizi come l’invidia, l’accidia e la gola. Infatti, Raimondo Lullo , nel suo Sermones de decem preceptis, mostra come la classificazione dei sette vizi sia complementare alle leggi mosaiche. Jean Gerson, teologo umanista (1363-1429) nei suoi studi sugli esami di coscienza secondo i vizi capitali illustra come in quell’epoca le varie classificazioni dei peccati fossero strettamente intrecciate: Il settenario era spesso fuso con le classificazioni inerenti i cinque sensi, al decalogo, alla triade pensieri-parole-opere ed ai peccati di lingua. Inoltre, aldifuori delle università, nei confessionali, dove era necessario un approccio semplice coi laici più ignoranti, il settenario dei vizi non poteva esser trascurato per compiere un’analisi minima delle colpe. Uno dei testi in cui questo connubio tra la metafora dell’”albero” del settenario dei vizi diviso in peccati di pensiero-parole-opere è meglio illustrato é lo Speculum conscientiae attribuito a San Bonaventura, redatto alla fine del XIII secolo.

Conclusione

Le più aspre critiche nei confronti del settenario e delle classificazioni dei vizi sono state mosse alla fine del medioevo da Lutero, che nella pratica penitenziale non vedeva altro che “invenzioni di cialtroni”. In tal modo negli ambienti cattolici il sistema dei vizi ha iniziato a staccarsi dal settenario, rafforzando l’idea del peccato in rapporto al padre nostro/decalogo/credo. Ad esempio, nel piccolo catechismo romano del 1566 , ciò è ben illustrato, ma, a differenza dei testi protestanti, non favorisce quel “rapporto diretto con Dio” che io reputo essere l’embrione del relativismo morale del giorno d’oggi .

La continua elaborazione di nuove classificazioni avvenute nei secoli e le sovrapposizioni innovative tra le differenti categorie dei vizi non sono riuscite a far tramontare il settenario di Cassiano, che, ancora oggi, è quello ancora maggiormente conosciuto. Ma solo in modo superficiale.

Purtroppo i programmi di catechismo scolastici non includono un serio approccio alla classificazione dei peccati e di conseguenza un controllo dei moti dell’animo fondato sulla morale cristiana non è più in voga. A parer mio l’impartire una conoscenza basilare del sistema dei peccati ai bambini delle scuole elementari sarebbe auspicabile per fornire alle persone gli strumenti necessari per compiere un lavoro di introspezione ed autocritica. Grazie allo studio dei vizi si apprende la lingua con cui svolgere quei monologhi interiori in grado di portare all’autoregolamentazione. Così facendo si metterebbero a tacere parte dei dialoghi tra individuo e psicologo – oramai inflazionati-, che, all’opposto di ciò che avveniva nei confessionali in epoca medievale, sembrano esser stati inventati per giustificare e scusare ogni colpa. Sostituendo Freud alla figura del sacerdote si é negato all’uomo libero arbitrio, rendendolo schiavo dell’inconscio e quindi privandolo delle sue colpe. L’invenzione della psicanalisi ha permesso un lavaggio di massa delle coscienze sporche, ma non ha assolutamente eliminato il vizio. L’ha solo reso un fatto naturale e moralmente accettato.

Secondo me una società che fin da subito si preoccupa di insegnare ai ragazzi l’arte della discrezione – il distinguere oggettivamente il bene dal male, il vizio dalla virtù- sarebbe migliore.

Liliane Tami- Noblesse Oblige

fonti:

Bibliografia:

-R.Rusconi, “Ordinate confiteri”, L’ordine dei peccati, Bologna 2002, pp.83-103

-C.Casagrande, La moltiplicazione dei peccati, in La peste nera, Spoleto 1994, pp.253-284

-C.Casagrande e S.Vecchio*, I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel Medioevo*, Torino 2000, Il settenario dei vizi, pp.181-224

-G.Picasso,G.Piana,G.Motta, A pane ed acqua, Peccati e penitenze nel medioevo, Novara,1986, pag.7-53