Liliane Tami

La decadenza dei robot: in pochi secoli hanno smarrito la bellezza

Lo-Scrivano-di-Pierre-Jaquet-DrozMary Shelley era una ragazzina di 19 anni quando, sulle sponde del lago Lemano, scrivendo per sconfiggere il tedio invernale coi suoi amici Lord Byron, John Polidori ed il marito Percy Bysshe Shelley, partorì il suo capolavoro intitolato Il moderno prometeo, più conosciuto col nome di Frankenstein. A quei tempi facevano scalpore gli esperimenti di Luigi Galvani, che mediante scosse elettriche faceva fremere i nervi di ranocchie morte. Attualmente i progressi circa l’intelligenza artificiale e le biotecnologie hanno raggiunto livelli che sino ad un decennio addietro parevano possibili solamente nei romanzi di fantascienza. Oggigiorno l’uomo, nonostante non sia ancora in grado di evitare tragici incidenti ferroviari dovuti a futili motivi, è però in grado di costruire automobili che si guidano da sole. I bambini del duemiladieci sanno adoperare giochi che funzionano grazie alla realtà aumentata, senza però aver la più pallida idea di come si costruisca una fionda con un ramo, un vecchio copertone ed un coltellino svizzero. I nostri scienziati, presso l’università di Harvard, con un progetto di dottorato, sono riusciti a creare una minuscola razza bionica in silicone il cui “motore” è composto da cellule viventi estratte dal muscolo cardiaco di un ratto. Il 20 luglio 2016 l’agenzia ANSA ha divulgato un articolo in cui viene riportato che presso al Parlamento Europeo è stato presentato un documento per richiedere riconoscimento giuridico ai robot come “persone elettroniche”.

Jaquet-Droz_MusicianDi fronte a queste notizie si ha l’impressione di vivere in un mondo in procinto di essere conquistato dagli automi biomeccanici e la gente mediocre non fa che ripetere che mai prima d’allora s’erano viste cose simili. Inutile però scatenare inutili e ridicoli allarmismi: di fatto, l’Europa, è si è già confrontata con una diffusione di uomini meccanici che, a detta di qualcuno, avrebbero dovuto soppiantare il genere umano, e questo nel lontano 1700. L’unica vera tragedia dei robot del giorno d’oggi è che, nonostante il presunto progresso, hanno perso quella bellezza e quella raffinatezza che il Barocco aveva donato loro. Inoltre bisogna sfatare il mito dell’attualità degli automi: essi erano già oggetto di studio presso gli antichi greci: Grandi esperti meccanici, cultori delle tecniche idrauliche e pneumatiche, erano i greci Erone di Alessandria e Filone di Bisanzio, che coi loro studi influenzarono gli studi di creature automatiche di Leonardo da Vinci. Andando ancora più in dietro, nell’anno 1023 a.C., troviamo un libro cinese intitolato “ Il vuoto Perfetto“, di Liè Zi, in cui si parla del re Mu del regno di Zou che rimase affascinato da alcuni pupazzi auto moventi che vennero presentati alla sua corte. Il vero tripudio della meccanica si ebbe però tra Francia e Germania nel XVII sec. Come ci riferisce Michel Foucalt a partire dal 1600 nelle università e presso le botteghe degli artigiani impazzò la moda degli automi. Orologiai, fisici, medici ed orafi facevano a gara a chi costruisse il marchingegno automatico più bello, complesso e stupefacente. Presso la corte del re Luigi XIV gli artisti e gli scienziati si prodigavano ad esporre creature composte di latta, legno, ferri preziosi e qualsiasi altra cosa potesse risultare utile o scenografico. Vi sono testimonianze di macchine formidabili che coi loro movimenti hanno allietato la nobiltà di quell’epoca, come il pavone in grado di camminare e mangiare costruito dal generale Gennes nel 1688 o come la carrozza con cavalli galoppanti forgiata da un certo artigiano Camus per il piccolo sovrano.DSC02860

A spronare il desiderio dell’uomo di ricostruire figure dotate di moto (e vita) vi erano da una parte gli studi razionali sul meccanicismo del filosofo e matematico Renato Cartesio, e dall’altro gli studi magici di quegli alchimisti che, presso la corte a Praga di Rodolfo II d’Asburgo, cercarono in tutti i modi di ricreare nei loro Atanor , i forni alchemici, gli Homunculus, piccoli uomini plasmati di fango e dotati di vita propria. Tra miracoli della tecnica ed imbrogli di scaltri artigiani l’Europa delle grandi monarchie diede vita a migliaia di meravigliose creature meccaniche. Presso al museo dell’Arte e della Tecnica di Neuchatel, in Svizzera, possiamo ancora vedere le opere d’arte robotiche di Pierre Jaquet-Droz , l’artista del Canton Giura appassionato di complicazioni che diede vita al’amonima e nota casa orologiera, e di suo figlio Henri-Louis: uno scrivano meccanico con la piuma in mano, un piccolo prestigiatore dalle cui campane esce un uccellino che canta ed una splendida musicista di pianoforte, che ancora oggi si muovono dietro la teca di vetro. Questi graziosi bambolotti meccanici, dalle guance di porcellana e vestiti in pizzo e velluto, sono esteticamente ben diversi dai costosissimi robot militari della Boston Dynamics che, francamente, di bello e grazioso hanno ben poco.

Un altro genio dell’orologeThe_Silver_Swan,_Bowes_Museum_-_geograph.org.uk_-_1467117ria, inventore ed artista d’origine belga è John-Joseph Merlin, creatore del celeberrimo Cigno Argentato che oscilla su uno specchio di vetro circondato da tremolanti foglie preziose. Per far impallidire i cultori della domotica che si esaltano di fronte ad una lavatrice che si aziona grazie all’i-phone è d’obbligo citare l’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson del 1737, che era in grado di mangiare e digerire il cibo o, sempre dello stesso artista, un elegante ragazzo in grado di suonare il flauto. Pochi anni dopo, nel 1796, l’artista ginevrino Antoine Favre Salomon, riuscendo ad unire l’arte della meccanica con quella della musica, diede vita al primo carillon, ossia un orologio da taschino musicale. Oggi il Museo CIMA , Centre International de la Mécanique d’Art di Sainte-Croix, in Svizzera, è interamente dedicato al tema dei pupazzi meccanici, della robotica estetica settecentesca e dei carillon e vi sono esposte le più svariate opere d’artisti internazionali, come ad esempio il fonografo a cilindri inventato da Thomas Edison**. Questa è la prova di come il progresso tecnologico e l’arte possano essere compatibili, cosa che oggi, di fronte a orribili robot simili a scheletri, pare impossibile.**

Noblesse Oblige- Liliane Tami per il Mattino della domenica http://www.mattinonline.ch/i-primi-grandi-costruttori-di-robot-erano-orologiai-svizzeri/

**boston.dynamics **

Robot della Boston Dynamics