http://www.kairosmagazine.eu/2016/09/13/il-tempo-vola/
**Padroni del cielo: solo gli iniziati possono parlare con loro e farseli amici **
Lo stupore suscitato dagli uccelli nell’uomo è antico quanto le religioni stesse. Nei monoteismi i volatili assurgono a simbolo di trascendenza e della lotta contro al male: basti infatti pensare alla colomba più volte citata nella Bibbia e nel vangelo, all’aquila che coi suoi artigli ghermisce le serpi diaboliche ed al simbolo rosacrociano del pellicano che si strappa il cuore per nutrire la prole, a guisa del Cristo che ha immolato le carni per l’uomo. A San Giovanni, il più ermetico degli evangelisti, i Padri della chiesa diedero come allegoria proprio l’Aquila, che ancora oggi, da quando venne cosi disegnata da Harry Brisbane Dick, presso la corte rinascimentale di Ferrara, nei tarocchi, veglia sul Mondo (carta numero XXI). Sempre in ambito esoterico non si può non citare l’aquila a due teste ornate da una corona: simbolo dei cavalieri di malta ed effige del 33°esimo grado massonico.
Nel sufismo, la corrente più mistica del mondo islamico, vi è un celebre poema del del XII se., intitolato ” Il verbo degli uccelli“, in cui si afferma che chi è in grado di parlare con gli uccelli possiede anche la chiave del linguaggio angelico. In modo analogo anche nella Qabala ebraica vi è il parallelismo tra uccelli ed entità divine, infatti solo i saggi iniziati ai segreti della mistica possono dialogare con loro, come il Re Salomone, grande sovrano biblico che parlava con gli animali ed in particolar modo con i volatili. Nella mitologia nordica gli uccelli sono invece veicolo di conoscenza: l’occhio di falco scorge ciò che l’uomo non può vedere ed il minuto passerotto può assistere con discrezione a quelle scene che neanche la più scaltra delle spie potrebbe mai vedere. Odino, infatti possedeva due corvi, Huginn e Munnin, suoi fedeli amici, che lo ragguagliavano su ciò che accadeva tra i mortali. Allo stesso modo anche Sigfrido, come è decantato nel compendio mitologico L’Edda Maggiore,
deve la sua saggezza agli uccelli, di cui conosce l’idioma da quando si è nutrito con carne di drago.

Due falconieri arabi e due falconieri normanni a cavallo
L’amore per l’arte falconiera, tra scienza e tecnica
Non bisogna però pensare che durante il medioevo tutto l’amore per i volatili fosse relegato al mondo astratto della religione: mentre i trovatori e gli alchimisti, attraverso un linguaggio segreto chiamato Langue des oiseaux, si scambiavano arcani messaggi esoterici trattanti di tarocchi ed iniziazione spirituale, l’imperatore Federico II di Svevia ( 1194-1250), nipote di Barba Rossam si preoccupava invece di vergare il primo compendio scientifico trattante di ornitologia.
” De arte Venandi cum Avibus”, ossia l’arte di cacciare con gli uccelli, è un testo composto in sei libri, restato incompiuto nonostante i trent’anni di lavoro dell’autore. All’inizio il testo, anticipando gli studi di Carlo Linneo, offre una didascalia precisa dei differenti uccelli e li classifica in specie differenti, mettendo in particolare risalto quella dei rapaci. In seguito descrive il rapporto che si instaura tra il cacciatore ed il proprio animale, la loro nutrizione e le tecniche di addestramento, come il brutale accigliamento, ossia la cucitura delle loro palpebre al fine di renderli più mansueti, che oggi è stato sostituito con l’uso di un cappuccio in cuoio. Federico II di Svevia era un sovrano illuminato, celebre per aver abolito la schiavitù, presso la sua corte ospitò filosofi di ogni paese, istituì scuole di giurisprudenza e si indette persino una temibile crociata salpata per Gerusalemme nel 1227 e si occupò di strategia militare, filosofia greca e programmi per instituire la pace in tutta Europa. Tra tutte le arti da lui coltivate, però, solo in quella della falconeria vi trovava lo strumento più idoneo per rafforzare ed elevare l’uomo, siccome richiede un rapporto armonioso con la natura, tanta pazienza, tecnica, tenacia e tanta, tanta dedizione. Questo amore per il mondo dei rapaci e l’osservazione della natura si ritrova nella Toscana rinascimentale secoli dopo: celebri sono infatti gli studi sul movimento delle ali d’uccello di Leonardo da Vinci, per costruire i suoi prototipi.
Studio sulle ali d’uccello di Leonardo da Vinci e libro con studio sul volo degli uccelli di Federico II di Svevia
I volatili in poesia e letteratura
Meno nota e più simbolica è invece la passione di Dante per l’arte della caccia col falcone, che persino in diversi canti del Paradiso non mancherà di citare:
“ L’anima che corre al richiamo
si somiglia al falcone che vola al logoro
quale falcone che prima à piè il mira
indi si volge al grido e si protende
per lo desio del pasto là tira
lo spirito disdegnoso si paragona al falcone disilluso (…) ”.
Sempre nel XIII sec. anche Brunetto Latini, autore del “ tesoretto” snocciola una serie di lezioni inerenti l’arte della falconeria e persino la chiesa, refrattaria al portare in chiesa gli animali, concederà ai suoi ecclesiastici di posare il loro falcone accanto al pulpito durante le funzioni religiose. Nel 1558 vide la luce un altro importantissimo trattato di falconeria, redatto da Francesco Sforzino da Carcano, nobile vicentino, chiamato “ tre libri de gli uccelli da rapina”. Shakeaspeare, intellettuale che amava molto coltivare la passione per gli sport, dalle bocce, al tennis alla caccia, ricorre sovente al gergo della falconeria nei suoi testi, ed in particolare ne La Bisbetica. A detta sua, l’arte di ammaestrare un falcone non è poi così differente dall’arte di rendere mansueta una donna selvatica.

Il cardellino domestico: la musica della natura tra le dita
Agli antipodi dei rapaci addomesticati, simbolo di forza e saggia veemenza di chi lo possiede, vi è il minuto cardellino domestico, fragile uccellino canoro simbolo di umiltà, perché, nonostante la bellezza e la delicatezza predilige la vita tra i rovi. Si dice che la sua testolina, come il petto del pettirosso, sia colore del sangue perché cercò, avvalendosi del suo becco piccino, di togliere le spine dei rovi dalle carni del Cristo martoriato. Se i rapaci sono prevalentemente un animale maschile, in voga presso gli Unni feroci ed amatissimi dal crudele sultano ottomano Solimano il Magnifico che tentò di invadere l’Europa cristiana**, il cardellino è invece il tipico uccellino d’affezione femminile**, di gran moda presso le dame rinascimentali. Tema assai ricorrente nelle belle arti, dal celebre quadro di Raffaello Sanzio intitolato “ La madonna dal cardellino” e l’omonima opera di Giambattista Tiepolo del 1760 hanno come soggetto proprio questo grazioso pennuto. Celeberrimo è il quadro di Carel Fabritius (allievo di Rembrandt ) del 1654, raffigurante un uccellino con la zampina legata ad un filo. In tempi più recenti ricordiamo la sonata di Vivaldi intitolata proprio a questo simpatico fringillide dalla testa rossa, e Adolphe William Bougueurea, nel quadro del 1867 intitolato L’oiseau cheri.

Madonna del Cardellino, Raffaello Sanzio

Giambattista Tiepolo – madonna del cardellino

Bougoureau, Oiseau Chèri

Il cardellino, Fabritius Carel






